Pagina 5
Cristiano Taglioretti
Un uomo accompagnato da un piccolo entourage si nasconde da qualche parte nel mondo, presumibilmente nell’aria asiatica, protetto da un’organizzazione terroristica internazionale ormai ramificata e quasi impossibile da circoscrivere, oltre che da alcune medie potenze quanto meno ambigue quando si tratta di cooperare con i paesi occidentali. Per trovarlo, hai quanto di meglio possa offrire la tecnologia e una rete di intelligence che ogni anno spende più di 50 miliardi di dollari in operazioni di spionaggio e controspionaggio. Dopo averlo braccato per dieci anni, lo trovi e lo assicuri alla giustizia (divina): Justice is Done. Ma poteva essere individuato prima? E, se sì, come?
A provare a rispondere sono stati in tempi non sospetti alcuni ricercatori di UCLA, l’Università di Los Angeles, che nel 2009 hanno perfino pubblicato un paper: Finding Osama bin Laden. A firmarlo, Thomas W. Gillespie e John A. Agnew. Professori di storia, scienze politiche o diritto internazionale? No, sono insegnanti di geografia, nello specifico di teorie biogeografiche associate alla distribuzione della vita. In pratica, di come piante e animali si distribuiscono nello spazio e nel tempo. All’inizio, l’idea appare un po’ stramba, ma applicare il modello studiato per una specie di uccelli in via di estinzione al leader di Al Qaeda può avere un senso. Ne venne fuori che all’88,9% Bin Laden si sarebbe dovuto trovare nell’arco di 300 km dall’ultima posizione conosciuta, Tora Bora, in Afghanistan (Abbottabad, in Pakistan, dove è stato ucciso, si trova a 268). Certo, probabilmente all’epoca le informazioni dell’intelligence USA erano già più dettagliate dei risultati del team californiano, ma quando la scienza si mette in gioco avventurandosi in terreni più impervi delle valli del Waziristan, vale la pena di andare a dare un’occhiata.
Il metodo biogeografico utilizzato - che incrocia modelli teorici a osservazioni satellitari e sul campo - parte da due idee: la prima, denominata Distance-decay, prevede che più ci si allontana dalla “base”, più sia difficile trovare specie con le stesse caratteristiche; la seconda, quella dell’isola, sostiene che aree vaste e vicine abbiano più probabilità di garantire la sopravvivenza rispetto ad altre più piccole e scollegate tra loro. Per cui, Osama si doveva trovare in una zona che condividesse la sua cultura e in un punto sufficientemente popolato da renderlo invisibile.
La ricerca entra nel dettaglio, definendo scala globale, regionale e locale. Secondo la prima, si trovava al 98% nell’area di Kurram, in Pakistan; la seconda lo posizionava nella città di Parachinar, che garantiva i servizi sanitari essenziali; la terza in un edificio con caratteristiche precise: soffitti alti (Bin Laden sfiorava i 195 centimetri), muri di protezione di almeno tre metri, fornito di elettricità (per la macchina per la dialisi, un’informazione sul suo stato di salute poi smentita), con non meno di tre stanze (per ospitare la scorta e l’eventuale nucleo familiare) e un’area esterna protetta da alberi per gli avvistamenti aerei.
Non hanno scovato Bin Laden grazie alla ricerca di Gillespie e Agnew, né chi lo cercava forse era al corrente della sua esistenza. Ma incassare la taglia non era lo scopo dei due studiosi, che costruendo un modello teorico corretto sulla carta hanno voluto dimostrare come si potesse procedere a un’investigazione reale partendo da basi apparentemente tanto lontane. Per poi integrare i risultati - andrebbe aggiunto - con i dati di altri dipartimenti, a cominciare da quelli di storia e antropologia, per evitare banali passi falsi (come fa notare Murtaza Haider sul MIT International Review, Parachinar è a maggioranza sciita e Bin Laden era sostenuto dai sunniti, lì avrebbe avuto vita breve). E incrociando successivamente le conclusioni con quelle delle Agenzie governative, “armate” di satelliti dalle performance non commerciali. Trovare l’ago nel pagliaio, allora, potrà essere più semplice.