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Cristiano Taglioretti
Quello che avete tra le mani è il 21° numero del nuovo NEWTON ed è pieno di intelligenza. Non quella necessaria a farlo, ci mancherebbe, con il materiale che ci offre il mondo, non solo scientifico, avremmo potuto pubblicarne dieci (tempo, carta ed energie permettendo...). No, quel che troverete nelle prossime pagine è il termine, in italiano o in inglese (letteralmente intelligence, ma si usa più spesso smart, intelligente): una parola che da sempre fatica a trovare una definizione precisa, ma che rende bene tutta l’ampiezza del suo significato. Al punto da suscitare, nella sua rocciosa semplicità, quasi timore: raramente capita di utilizzarla, preferendole una serie di termini più modesti, che la richiamano alla mente senza tirarla mai in ballo direttamente.
Sulla sua pagina di Wiki - che non è sempre smart usare ma in questo caso funziona - l’intelligenza si definisce anche attraverso il Mainstream Science on Intelligence, un articolo pubblicato nel 1994 dal New York Times e firmato da 52 ricercatori (la lista è on line), che si erano messi in testa di circoscriverne il campo di azione: “L’intelligenza”, si legge, “è una generale funzione mentale che, tra l’altro, comporta la capacità di ragionare, pianificare, risolvere problemi, pensare in maniera astratta, comprendere idee complesse, apprendere rapidamente e apprendere dall’esperienza. Non riguarda solo l’apprendimento dai libri, un’abilità accademica limitata, o l’astuzia nei test. Piuttosto, riflette una capacità più ampia e profonda di capire ciò che ci circonda - ‘afferrare’ le cose, attribuirgli un significato, o ‘scoprire’ il da farsi”. A pagina 16 comincia un lungo speciale che si basa su questa idea. L’argomento è una bellissima mostra parigina de- dicata alla matematica e a parlare sono medaglie Fields e premi Abel: se dovessi ridurre quel che dicono in poche parole, userei quelle, afferrare le cose, attribuirgli un significato. Loro lo fanno con il mondo che ci circonda usando un linguaggio universale: cos’altro può esserci di più intelligente?
La parola smart invece compare due volte. La prima già nella prossima pagina, dove un’infografica mostra i grandi vantaggi dell’applicazione di sistemi intelligenti alle reti elettriche.
La seconda invece è a pagina 60, in un servizio dedicato alle smart city. Un argomento affrontato ampiamente in questi mesi, un po’ perché l’idea che ci sta dietro è semplice e si spera inevitabile - vivere in città che funzionano meglio -, un po’ perché è un infinito campo di gioco per il mondo della ricerca, che può facilmente ricondurre ai sistemi urbani le sue idee.
Un ambiente in cui l’Italia, a guardare bene, non è proprio un traino. Anzi, facendo un paragone “alla finlandese”, se fosse il Campionato europeo di calcio, saremmo costretti a puntare sul catenaccio. La dimostrazione arriva dalla Commissione Europea, che ogni anno elegge la sua Green Capital, ovvero la città che sta lavorando al miglior piano di sviluppo ambientale per i cittadini (che in quattro casi su cinque nel Vecchio continente vivono in aree urbane). È un riconoscimento recente e relativo, perché confina il concetto di smart city alla sostenibilità ambientale. Ma ci dice che nel 2010 la capitale verde d’Europa è stata Stoccolma, quest’anno è Amburgo, nel 2012 sarà Vitoria-Gasteiz, in Spagna, e la successiva Nantes. I progetti di altre dieci città erano arrivati in finale, da Barcellona a Reykjavík, nessuna di queste italiana. Il prossimo posto libero è nel 2014 e alla prima selezione par- tecipano diciannove candidate: quattro tra Olanda e Belgio, tre inglesi, due turche, Parigi, Vienna, Francoforte, Copenhagen, Brasov, Tampere, Ljubljana, Tessalonica e Saragozza. C’è anche Torino: speriamo che l’intelligenza dei suoi amministratori sia un esempio per altri, magari quelli di Milano, che tanto soffre la sua identità metropolitana soprattutto in termini ambientali. Nei cinema c’è in questi giorni un film che sta avendo un successo eccezionale, I soliti idioti, protagonista una carrellata di personaggi nati in televisione che ironizzano sull’Italia che siamo diventati, o che stiamo diventando.
Ma stupido è chi lo stupido fa, giusto Forrest?