Pagina 5
Cristiano Taglioretti
Come ogni altra era, anche quella di Internet ha prodotto una serie di regole e dinamiche - partecipative, economiche, politiche - che la regolano. Esistono leggi che valgono solo al suo interno, che si creano e si modificano seguendone l’evoluzione. Una delle più evidenti, una delle più imparziali, prevede che la seconda chance non è mai concessa. Per il popolo della Rete è roba medioevale, inconciliabile con le sue tempistiche, che raramente prevedono una prima chance, figurarsi una seconda. Il Web è giovane e pieno di talenti, sovrappopolato e sterminato, è normale che sia spietato con chi non tiene il passo. Non aspetta neanche di vederti cadere, gli è sufficiente notare la prima perdita di equilibrio per cliccare da un’altra parte. Passi dal futuro al presente al passato senza neanche accorgertene: i mercati finanziari che fino a quel momento ti hanno sospinto, tolgono l’appoggio economico fondamentale per ogni start up, mentre una lenta ma inesorabile emorragia di utenti e contatti comincia a misurare il tempo che ti rimane, prima della chiusura nel peggiore dei casi, dell’acquisizione da parte di un concorrente nei migliori.
Al convegno di Wikipedia, Wikimania, che ogni anno raccoglie sostenitori e fan dell’enciclopedia open source on line per una volta in un luogo non virtuale ma fisico (quest’anno Haifa, Israele), si è discusso di come, dopo dieci anni di crescita, Wiki cominci ad avere statistiche negative: a diminuire non sono i visitatori, ma coloro che, gratuitamente, la aggiornano, aggiungendo nuove voci e perfezionando quelle esistenti. Per tutti, compreso chi Wiki ha contribuito a crearla, Jimmy Wales, si tratta di una crisi profondissima, che potrebbe portare alla fine di questa straordinaria piattaforma di divulgazione, che ha la versione più completa in inglese, ma che diffonde conoscenza in 282 lingue, 60 milioni di accessi al giorno, più di dieci milioni di voci per 34 milioni di pagine, undici milioni di utenti registrati.
Una delle critiche più frequenti che negli ultimi anni sono state mosse a Wikipedia, è stata quella dell’affidabilità dell’informazione: se tutti possono contribuire, chiunque può scrivere un’idiozia. Che poi gli utenti stessi siano uno strumento di controllo, sembra più una bella promessa valida per quando si affrontano temi generalisti, non certo per quando si scende in profondità, dove il rischio diventa addirittura opposto, ovvero che l’errore col tempo venga “promosso” a verità.
Sommando questi due dati di fatto, il risultato dovrebbe essere scontato: Wikipedia deve chiudere perché ha esaurito il suo compito e oggi va sostituita da una nuova forma di divulgazione, on line ma magari a pagamento e con una garanzia delle fonti assicurata dai gestori. Ci sta.
Però, se volessimo concederla una seconda chance a Wikipedia, per quello che ha rappresentato, una fonte di informazioni magari imperfetta ma democratica e universale, si potrebbe semplicemente aiutarla a fare un ultimo passo avanti. Come? Chiedendo a chi in profondità è abituato a respirare - insegnanti, ricercatori, accademici, professionisti - di dedicarsi alla correzione di questo magma di informazione, forti dell’idea che revisionare richiede molto meno tempo di creare da zero. La Rete, intesa anche come strumento di conoscenza, non ha bisogno di una nuova Wikipedia, e perderebbe un incalcolabile valore voltandole le spalle proprio adesso. Recuperarla, invece, potrebbe trasformarla in quel che oggi sogna di diven- tare. Nelle ultime pagine del giornale spieghiamo i termini più complessi degli articoli di ogni numero in Newpedia, una rubrica nata come un omaggio, non certo un suggerimento. Forse oggi però può diventarlo. NEWTON può contribuire a questa gigantesca opera di revisione. Se non sarà solo, domani avremo tra le mani una risorsa accessibile e affidabile, la più vasta enciclopedia che l’uomo abbia mai potuto non consultare, ma immaginare.