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Cristiano Taglioretti
Oggi sono gli hamburger surgelati. Dopo i cetrioli, i germogli di soia, l’aglio, i broccoli e il fieno greco, toccherà alle “svizzere” finire nella lista (nera) della spesa. Che necessariamente non potrà più essere fatta in quella catena di supermercati low cost, sul mercato da decenni, che li ha venduti - incautamente? - a una signora francese. Così come la Bassa Sassonia: anche un kamikaze infatti eviterebbe per le vacanze Bienenbuttel, località sede della Gärtnerhof, l’azienda agricola “bio” dove ha avuto inizio la diffusione di Escherichia coli in Germania. Quello tedesco è stato il primo, quello francese il secondo caso in poche settimane di infezione da questo batterio, presente nel nostro apparato digestivo e talmente comune da essere preso spesso in considerazione come il modello di “batterio tipo”. Dopo 38 morti, il ceppo tedesco è stato identificato e al momento sembra essere stato contenuto, mentre quello francese purtroppo potrebbe essere solo all’inizio della sua diffusione, così come però potrebbe risolversi in un caso isolato. Su scala locale, si tratta di situazioni ovviamente gravissime, che impongono drastiche misure da parte delle amministrazioni locali. Ma che reazioni sarebbe giusto aspettarsi su scala internazionale? Di certo, non limitarsi a far crollare il prezzo dei cetrioli.
Una delle questioni da affrontare riguarda la comunità scientifica. Quale il suo ruolo? La timidezza che la contraddistingue è giustificata quando, per esempio, deve spiegare all’opinione pubblica che certe risposte, e certe medicine, non possono arrivare in tempo per il TG della sera. Se ancora oggi qualcuno pensa che nei laboratori di ricerca sia sufficiente spingere un bottone per avere un vaccino, meglio mandarlo al cinema a vedere Harry Potter. La stessa timidezza, però, può diventare controproducente quando, in mancanza di una posizione definita, la società si lascia indirizzare verso un comportamento meno razionale, frutto magari di una strumentalizzazione. La politica per prima fa sua la questione, spingendo verso la fine del ragionamento e l’affrettato giudizio. L’obiettivo, ottenere un vasto e appiattito consenso intorno a una proposta che scaccia le preoccupazioni, non i problemi. Allora, capire che l’esposizione pubblica non può essere subordinata alla nobiltà dei media che la accolgono, è un imperativo per la comunità scientifica: bisogna assumersi le responsabilità senza esitazioni, anche a costo di risultare meno simpatici o popolari. Se in un momento storico in cui i punti di riferimento sono sempre meno saldi, anche il mondo della ricerca si presenta disordinato e discordante, la sua influenza sulle questioni più profonde sulle quali ci interroghiamo, sarà fin troppo relativa e di certo non farà la differenza.
Il recente referendum è un caso emblematico, nei prossimi numeri ci torneremo per analizzare cause ed effetti delle due consultazioni che ci riguardavano più da vicino, quello sull’acqua e quello sull’energia. Il punto in discussione qui invece non è il risultato finale, ma come questo sia stato raggiunto e in che proporzioni. Su entrambe le questioni, e in special modo sul nucleare, la comunità scientifica si è presentata divisa, dimostrando una spaccatura lontanissima dallo schiacciante esito delle urne. Pur tenendone in parte conto, chi ha votato si è basato non sulla posizione di premi Nobel e ricercatori - che su certi studi hanno costruito una vita accademica, non una campagna elettorale - ma su altro. Una distanza che oggi può fare molti danni, spingendoci non a guardare il futuro con il coraggio di intraprendere nuove strade, ma con la paura di chi conserva lo status quo spe- rando che si riveli il male minore. I problemi vanno affrontati e la risposta più semplice non sempre è la migliore. Anche se spesso è la più facile da prendere.
P.s. Per le vacanze, la Bassa Sassonia è splendida.