Numero 06 - agosto 2010

06 - agosto 2010: Paradisi perduti
Paradisi perduti
editoriale racconto
Pagina 5
Molti articoli usciti nelle ultime settimane su diversi quotidiani - e un impressionante numero di siti Internet, scientifici e non - hanno dato risalto alle dichiarazioni di Erik Verlinde, fisico teorico olandese (poco) conosciuto per il suo contributo alla teoria delle stringhe. A trasformarlo in una superstar del mondo scientifico ci ha pensato il suo recente studio sull’origine della gravità e le leggi di Newton, che ha presentato
in una serie di conferenze negli Stati Uniti. Un ricerca complicata, e anche piuttosto difficile, che Verlinde ha ridotto - a uso e consumo dei media - in una formidabile sentenza: “La gravità non esiste, si sa da tempo, è arrivato il momento che qualcuno lo dica”. Naturalmente la questione che solleva è molto più complicata e non si può riassumere in una frase, tantomeno in una pagina (però è interessante e magari la affronteremo su uno
dei prossimi numeri). Ma quel che più colpisce di tutta questa storia non è chi abbia ragione tra Newton e Verlinde (che fa anche un po’ ridere dirlo), ma un altro aspetto. Per capirlo, bisogna tornare all’11 luglio, giorno delle dichiarazioni incriminate e, pura coincidenza, della sconfitta dell’Olanda nella finale dei Mondiali di calcio sudafricani.

Uno degli articoli che riportarono le parole dello scienziato olandese fu quello pubblicato dal quotidiano La Repubblica e firmato da Federico Rampini, che sottolineava la polemica ma senza esagerazioni. A fare la differenza era però il titolo in prima pagina, che come purtroppo spesso accade nel giornalismo, soprattutto scientifico, creava un’aspettativa esagerata (“Newton si è sbagliato, la gravità non esiste”, all’interno si optava invece per un più lapidario “Gravità addio”). Ovviamente, non è vero che Newton non avesse capito niente, così come non è vero che la sua teoria sia una risposta a tutto. E, allo stesso modo, Verlinde non è un ciarlatano. Ma è la polemica in sé a essere tutto sommato piuttosto sterile.

La scienza è lenta, dogmatica, e di notizie sensazionali ne offre pochissime, il mondo della ricerca non è uno sprinter, piuttosto un mezzofondista, che arriva a conclusioni importanti alla fine di un lungo percorso. E neanche allora, spesso, può essere certo delle conclusioni. È chiaro che in un sistema così avaro di scoop, quando uno scienziato la spara grossa, i giornali non si fanno pregare. E in fondo non è neanche un male, perché in questo modo si puntano i riflettori sul mondo della ricerca, che altrimenti rimarebbe sempre confinato nell’ombra. Se poi l’obiettivo è anche uno dei “giganti” della scienza, l’attenzione dell’opinione pubblica è assicurata (così come le vendite).

Quel che è cambiato negli anni però è stato l’arrivo di Internet. Un tempo l’articolo di Rampini sarebbe rimasto sulle pagine del quotidiano, e il suo titolo dimenticato dopo poche settimane. Magari tra i lettori sarebbe nata una discussione, che il giornale avrebbe ospitato coinvolgendo qualche esperto per fare chiarezza. Oggi non è più così. Il titolo e l’articolo sono stati digeriti dai motori di ricerca, si sono persi nel Web trasformandosi in
un risultato. Il giorno dopo la pubblicazione, digitando “Newton” e “gravità” su Google, il primo link portava a Wikipedia, il secondo all’articolo di Rampini. Le cose miglioravano di poco spostandosi sulla versione in inglese del motore: primo risultato della seconda pagina, il link del New York Times dedicato allo stesso argomento (a “penalizzarlo” un titolo molto più soft: “A Scientist Takes on Gravity”).

Non serve aggiungere che, oggi, le fonti si stanno spostando on line, e che anche il più bravo degli studenti, cercando notizie sullo scienziato inglese e la sua legge, finirà con il naso su Internet, non sulle pagine dell’enciclopedia. E leggerà il titolo di Repubblica, e forse non capirà che le dinamiche che regolano l’ordine
dei risultati di un motore di ricerca hanno poco a che vedere con la fondatezza scientifica, si basano piuttosto su criteri come l’attualità, l’importanza della fonte, il numero di link... È la Rete stessa a crearsi una gerarchia. Nella maggior parte dei casi, questo sistema funziona, l’informazione scorretta viene spinta in fondo, fino a farla scomparire nell’oblio insieme a miliardi di altre pagine dimenticate. Ma in altri casi, potrà succedere che la boutade di uno scienziato in cerca di gloria inneschi un meccanismo che lo porterà troppo velocemente in cima al ranking dei risultati. E a quel punto buttarlo giù non sarà semplice.
Miliardari per caso
"Dietro ogni grande fortuna si nasconde un grande crimine".
Se Balzac, tornato miracolosamente in vita, avesse potuto vedere Mark Zuckerberg irrompere come una furia nella sua stanza in quella sera di ottobre del 2003, forse avrebbe corretto la sua affermazione; perché quel momento storico, che avrebbe indiscutibilmente condotto a una delle più grandi fortune della storia moderna, non ebbe inizio con un crimine, bensì con una burla da studenti.
Se il romanziere redivivo si fosse trovato lì, in quella stanza spartana e claustrofobica, avrebbe potuto vedere Mark che puntava dritto verso il suo computer. Il ragazzo era arrabbiato e aveva con sé parecchie lattine di birra. Probabilmente indossava le sue solite infradito Adidas e una felpa con il cappuccio. Era risaputo che detestava ogni tipo di calzatura che non fossero le infradito, ed era determinato, un giorno, a trovarsi nella posizione di poter indossare solo e soltanto quelle.
Forse Mark bevve una lunga sorsata, lasciandosi pizzicare la gola dal sapore amarognolo della birra, mentre batteva sulla tastiera del portatile, cercando di fare mente locale.
Fin dalle superiori aveva potuto constatare che i suoi pensieri apparivano più chiari quando lasciava che fluissero dalle sue dita. Visto da fuori, il rapporto che aveva con il computer pareva più facile e tranquillo di qualunque relazione potesse avere con una persona nel mondo esterno. Sembrava felice unicamente quando guardava il proprio riflesso in quello schermo. Probabilmente era qualcosa che aveva a che fare con il controllo: quando era al computer, il ragazzo aveva sempre in pugno la situazione. O forse era qualcosa di più, una sorta di simbiosi che si era creata dopo anni e anni di pratica. Quel mondo gli apparteneva. Sotto sotto, a volte, forse era l’unico mondo che gli appartenesse...
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