Numero 05 - luglio 2010

05 - luglio 2010: Muoversi oggi
Muoversi oggi
editoriale racconto
Pagina 5
Eppure sembra incredibile. Esattamente un mese fa l’unica cosa che sgorgava più velocememte del petrolio a largo delle coste della Louisiana, era il flusso di notizie che lo raccontava su canali televisivi, giornali, blog, perfino sui principali social network. Ne ha parlato anche newton, prefigurando scenari futuri di un’attualità che pensavamo sarebbe stata archiviata in fretta. Invece, i danni causati dall’incidente sulla maledetta piattaforma in mezzo al mare - con quel nome, Deep Horizon - che sarebbe piaciuto a Stanley Kubrick, ma che in sé già prefigurava qualcosa di sinistro - non sono ancora finiti. I bilanci possono attendere, la luce rossa è accesa, è ancora emergenza. In queste settimane, però, non tutti sono stati con le mani in mano: per esempio abbiamo ascoltato un manager della BP difendersi appellandosi alla statistica (non degli incidenti, ma del numero di piattaforme da controllare...); e abbiamo anche scoperto che Kevin "Balla coi lupi Costner" non è solo un attore sul viale del tramonto, ma anche un imprenditore che dopo il disastro della Exxon Valdez si è messo a produrre macchinari per separare il greggio dall’acqua. Ripulisce gli Oceani, e sembra che i suoi demiscelatori funzionino alla grande.

Tuttavia, l’aspetto più sconvolgente di questa vicenda non è la catastrofe ambientale, ma qualcosa che fa molta più paura. L’impotenza. L’impossibilità di reagire, lo spaesamento di un sistema davanti a un evento teoricamente prevedibile, praticamente inaffrontabile. Abbiamo ascoltato un mondo di esperti proporre soluzioni banali (tappi, coperchi, bombe, aspiratori...), perché non ce n’erano altre. Con l’uomo più potente della Terra, il Presidente degli Stati Uniti, costretto a fare avanti indietro come un pendolare, a mangiare gamberetti e parlare di calci nel sedere, travolto da uno scenario che, un litro alla volta, stava, anzi sta, sommergendo la Casa Bianca. Adesso è lui l’obiettivo dei media, troppo facile prendersela con una multinazionale del petrolio, e allora tutti a sottolineare l’inefficienza del suo staff e la sua scarsa capacità decisionale, paragonando questo disastro a Katrina, che spazzò via mezza New Orleans e la Presidenza di Bush Jr. Dimenticano però che in quel caso il problema fu una reazione tardiva a un disastro naturale, mentre qui c’era di mezzo una compagnia privata, che ha fatto di tutto per nascondere la gravità dell’incidente. Oggi sappiamo che l’unica reazione immediata sarebbero state le più sentite scuse, e che l’unica soluzione concreta sarebbe stata impedire che succedesse. Ma in fondo, il futuro di Obama non è preoccupante. Quel che conta, dicevamo, è l’impotenza. Quella che lo stesso Presidente aveva già dimostrato al summit sul clima di Copenhagen, dove arrivò convinto di salvare il mondo e ripartì sperando di salvare se stesso dalle critiche. Un fallimento totale. È uno scenario diverso, è evidente, e alla lista se ne potrebbero aggiungere altri, ma sono i segnali di un mondo che raramente cambia per volontà dei suoi leader. Non perchè non siano all’altezza, ma perché il sistema è più complesso. Come racconta Mark Buchanan nelle prossime pagine, i cambiamenti sono violentissimi e imprevedibili, che si tratti di terremoti, crisi finanziarie o maree nere. E lavorare sugli effetti non può che portarci sull’orlo del baratro.

Ma qualcosa questi leader la possono fare davvero. Per esempio, possono usare meno l’automobile, o usarla in maniera più intelligente. Possono cominciare a mangiare tenendo presente che il mare non segue le leggi del mercato, ma quelle della natura. Possono aprirsi al dialogo. Possono credere nelle fonti rinnovabili. Possono investire nelle energie alternative. Possono dare spazio ai giovani. Possono scegliere di cambiare il mondo
un passo alla volta. E lo possiamo fare anche noi.
Una tempesta qualunque
Cominciamo dal fiume - tutte le cose cominciano dal fiume e di sicuro alla fine torneremo al fiume - ma aspettiamo di vedere come va. Fra poco, due o tre minuti, qui sulla riva del fiume arriverà un giovane uomo. Siamo sul Chelsea Bridge, a Londra. Eccolo lí - guardate - che scende da un taxi con piede esitante, paga l’autista, si guarda intorno distrattamente, abbassa lo sguardo sull’acqua che luccica (è alta marea, di solito il fiume è piú basso). Ha passato da poco la trentina, è alto, pallido, ha lineamenti regolari, occhi stanchi, capelli corti neri dal taglio netto come se fosse appena uscito dal barbiere. Non è di qui, è un forestiero, si chiama Adam Kindred. Ha appena fatto un colloquio di lavoro e gli è venuta voglia di vedere il fiume (il colloquio è stato il solito incontro teso, gravido di conseguenze) in virtú di un vago bisogno di «un po’ d’aria fresca». L’incontro appena avvenuto spiega perché, sotto l’impermeabile costoso, porti un abito grigio scuro, una camicia bianca nuova e una cravatta marrone, e perché abbia con sé una valigetta nera lucida dall’aria solida, con pesanti lucchetti e angoli d’ottone. Eccolo lí che attraversa la strada, e non ha idea del fatto che nelle prossime ore la sua vita cambierà - completamente, irrevocabilmente - non ne ha neanche una vaga idea...
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